Una visione etica dell’arboricoltura

Quella tra alberi e uomini è la storia di una lunga e sapiente convivenza. Non sappiamo quando e come tutto ebbe inizio tuttavia, per secoli, gli alberi hanno garantito la sopravvivenza degli esseri umani. Sopravvivenza fisica, certo, ma anche sopravvivenza culturale; perché gli alberi sono stati mito, leggenda e costante fonte di ispirazione artistica. Per millenni, questa convivenza si è basata sull’implicita accettazione delle regole biologiche che sottendono alla natura arborea, talvolta assecondandola, altre volte piegandola con sapienza alle esigenze umane, ma sempre cercando di interpretarne la profonda alterità.

Se declinata al presente, però, quella tra alberi e uomini è anche una storia di tragiche, reciproche, incomprensioni. Oggi, infatti, gli uomini non si limitano più a sopravvivere: vivono. Spazi e tempi della vita umana non sono più quelli degli alberi; anzi, gli alberi, con la loro fisicità e con la loro ingombrante sedentarietà sono divenuti un ostacolo – se non una minaccia – allo svolgimento delle umane attività. L’antico sodalizio è venuto meno e l’evidente alterità degli alberi è divenuta solo fastidiosa estraneità.

Perso il comune orizzonte culturale, ecco infine comparire gli opposti estremismi.

Ci sono quindi uomini che negano la natura vivente degli alberi mentre altri, all’opposto, ne riconoscono la piena dignità solo antropomorfizzandoli. Ci sono uomini che li uccidono deliberatamente, talvolta senza motivo apparente, mentre altri si legano ai loro fusti per evitarne l’abbattimento, anche quando questo è un semplice atto di inevitabile buon senso. Ci sono altri che, colto il valore politico delle mille idiosincrasie umane, celebrano l’impianto di nuovi esemplari come atto di responsabilità ambientale, mentre capitozzano centinaia di altri individui nella pubblica indifferenza. Alberi sacrificati sull’altare del falso decoro o dell’ipocrita sicurezza. Ci sono persino coloro che, in nome di un presunto efficientismo ecologico, propugnano la sostituzione programmata degli impianti arborei una volta giunti alla soglia della maturità, condannando le città ad un panorama di “alberi-bambini”, monumento vegetale alla nostra incapacità di gestire la convivenza responsabile con gli esemplari arborei e con la loro complessità.

Non è – e forse non è mai veramente stata – una questione tecnica. Certamente non è una questione economica. E’, con tutta evidenza, una questione di natura primariamente culturale che coinvolge la collettività, l’intera società umana.

Sopiti gli antichi legami utilitaristici, abbiamo bisogno di una nuova visione etica dell’arboricoltura. Ciò significa definire il rapporto con gli alberi su una base di rispetto per la loro peculiare natura di viventi, di cura responsabile ed attenta all’espressione delle loro necessità e, soprattutto, di tutela disinteressata.

Dobbiamo vedere il governo degli alberi come l’espressione di una sorta di contrattualità. Gli alberi sono accolti nel consesso umano in nome di una serie di servizi di natura ambientale, compositiva, funzionale e culturale che sono in grado di offrire. Gli alberi, in cambio, ne ricevono cura, protezione e garanzia transgenerazionale di integrità.

Ci sono già pubbliche amministrazioni che hanno accolto questa rinnovata visione e che, ad esempio, si stanno adoperando per affiancare ai più tradizionali strumenti normativi e di controllo del verde pubblico, anche una carta dei diritti dell’albero. In questo senso, l’edizione 2017 dei “Giardini di Natale”, a Faenza, è stata occasione per la presentazione del “Decalogo di Ravenna”, frutto della sinergica collaborazione tra ente proprietario degli alberi, gestore degli stessi e consulenti esterni.

E’ auspicabile che nei prossimi anni tale documento divenga oggetto di pubblico dibattito, venga condiviso dalle pubbliche amministrazioni, accolto dal mondo dell’arboricoltura professionale e divulgato presso la cittadinanza.

Solo in questo modo, in futuro, capitozzare un albero, ad esempio, non sarà solo una infrazione normativa o un errore gestionale ma, soprattutto, un atto socialmente ed eticamente inaccettabile.

Giovanni Morelli

 

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